Speculum
Prova d’immaginazione. Uno speculum realizzato da chi una visita ginecologica l’ha vissuta: noi.
Lo speculum, strumento ginecologico per eccellenza, viene utilizzato per allargare le pareti vaginali e consentire al personale medico la visione della cervice e del canale vaginale. Eppure, questo oggetto vive e resiste all’interno di una tensione irrisolta: da una parte, la sua indiscussa utilità diagnostica, dall’altra, la sua storia come strumento di potere, abuso e violenza ostetrica. Sebbene forme rudimentali di speculum fossero presenti sin dall’antica Roma, è a James Marion Sims che si attribuisce la sua invenzione nel XIX secolo. Insignito come uno dei padri della ginecologia moderna, Sims sperimentò lo speculum su donne nere in condizione di schiavitù durante visite e operazioni, spesso condotte senza anestesia. Nel tempo, venne inoltre utilizzato come dispositivo di controllo sociale – dalle visite forzate sulle sex worker ai test di verginità – finché, negli anni Settanta, i movimenti delle donne e femministi tentarono di risignificarlo e rivendicarlo come indispensabile mezzo di consapevolezza e autodeterminazione.
Oggi, la critica al design patriarcale e coloniale di alcuni oggetti sta sollevando nuovi interrogativi. Come possiamo rendere lo speculum un oggetto più aderente alle nostre esigenze e sensazioni? Dopo quasi duecento anni di immobilismo, sembra finalmente possibile reimmaginarne le caratteristiche. Diversi gruppi di ricerca stanno lavorando a nuovi speculum (come lo Yona o il Lilium), costruiti con materiali e forme diverse (silicone o gomma) per ridurne la freddezza e il dolore all’inserimento, permettendo una maggiore visibilità della cervice e consentire un’impugnatura diversa da parte del personale medico, garantendo un maggiore comfort per la persona che si fa visitare.